Intervento in Assemblea della Sen. Ada Spadoni Urbani durante la seduta n° 169 del 11/03/2009 “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità Europee – Legge comunitaria 2008

martedì, aprile 7th, 2009 @ 4:45PM

Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi senatori, l’attuazione del principio contenuto nell’articolo 10 della Carta costituzionale è diventato oggi uno dei principali motori per lo sviluppo e l’armonizzazione della legislazione alle mutate condizioni sociali ed economiche.

Il risultato di tale lavoro costituisce un beneficio per i cittadini – come è stato riconosciuto anche nei lavori preparatori in Commissione – non solo se si considera il costo economico del mancato adeguamento, ma anche e soprattutto per la qualificazione che l’ordinamento giuridico nazionale riceve da quello comunitario. La raccomandazione che mi sento di fare in premessa all’atto in oggetto è se non si ritenga opportuno addivenire ad una sostanziale modificazione dell’attuale assetto ordinamentale che regge il recepimento delle norme comunitarie nel diritto italiano. Ritengo, infatti, necessario un intervento ed un ruolo diverso da parte dei Parlamenti nazionali nella fase di formazione della legislazione comunitaria, perché, quando si va a recepire la normativa comunitaria, i margini propositivi sono ormai modesti. È nella fase cosiddetta ascendente della normativa dell’Unione che bisognerebbe svolgere un ruolo quanto meno interlocutorio con le istituzioni comunitarie; penso sia auspicabile un nuovo ruolo dei Parlamenti nazionali, e non solo di comitati governativi ristretti, come già previsto dal Trattato di Lisbona ancora in fase di ratifica in vari Paesi. Concordo, inoltre, con chi ritiene utile che il Governo – in via permanente e prescindendo dalla maggioranza politica dei momento – possa realizzare un effettivo ed aggiornato monitoraggio nelle varie fasi di concretizzazione di ciascuna direttiva che l’Italia deve introdurre nella propria legislazione. L’articolazione e gli effetti anche sulle legislazioni regionali, oltre che sull’ordinamento propriamente statale, sono innumerevoli e diventa sempre più complesso adeguare a posteriori realtà normative già stratificate. Si veda, nel contesto dell’atto in parola, quanto accade per il recepimento della nuova direttiva sulla qualità dell’aria e dell’ambiente. Tale recepimento imporrà un articolato intervento di revisione di numerose disposizioni legislative e regolamentari che, nel corso degli ultimi anni, sono state introdotte nell’ordinamento interno. Entrando nel merito politico delle scelte contenute nella legge, mi soffermo solo su due degli innumerevoli punti in essa affrontati. A proposito della normativa ambientale, vorrei osservare che essa appare il nuovo orientamento prioritario dell’Unione europea. Esso comprende anche le questioni energetiche, a testimoniare come la strategia di Lisbona e lo sviluppo sostenibile siano due ambiti complementari in grado di rafforzarsi vicendevolmente. In tema di politica energetica e ambientale, il contributo italiano al processo normativo comunitario ha fatto registrare uno sforzo significativo attorno ai tre nuclei concettuali: la lotta ai cambiamenti climatici, la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e la necessità di promuovere la crescita economica e l’occupazione. Il decreto legislativo che il Governo sarà chiamato ad emanare dovrà prevedere strumenti per il coordinamento delle competenze fra Stato e Regioni nella gestione della qualità dell’aria e per la risoluzione di casi di inadempimento. La frammentazione delle competenze nel nostro Paese genera difficoltà maggiori che altrove anche per conseguire l’obiettivo previsto della riduzione del 20 per cento nella concentrazione delle particene sottili nelle aree urbane entro il 2020 rispetto ai valori del 2010. Credo che le direttive dell’Unione debbano essere una occasione per ridisegnare e riflettere sulla nostra organizzazione interna in tema di tutela ambientale. Una seconda tematica che mi sta a cuore in questa legge è quella della parità tra uomini e donne in tema di lavoro. Sappiamo, ce lo dicono le statistiche, che il rischio di povertà è maggiore per le donne rispetto agli uomini in quanto esse rischiano interruzioni di carriera, con la conseguenza di avere stipendi più bassi e di accumulare meno diritti. Per esempio: i sistemi di protezione sociale non sempre consentono alle donne di accumulare adeguati diritti pensionistici. L’articolo 8 del testo di Governo reca un nuovo termine – il 15 agosto del 2009 – per la delega del Governo riguardante l’attuazione della direttiva 2006/54. In essa si afferma il principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego con particolare riguardo alla retribuzione. In Europa si rileva uno scarto retributivo del 15 per cento in media tra uomini e donne a parità di lavoro. Nel diritto comunitario la tutela antidiscriminatoria ha da sempre costituito un architrave del sistema di principi alla base della politica sociale europea. Già il Trattato di Amsterdam del 1998 ha segnato un salto di qualità nella tutela del lavoro femminile erigendo il principio antidiscriminatorio a principio fondamentale dell’ordinamento giuridico comunitario. La promozione della parità tra uomini e donne ormai non costituisce soltanto uno degli obiettivi espressi della Comunità ma, in termini ancor più qualificanti, un canone informatore dell’azione comunitaria nel suo complesso: si creano così le premesse a livello comunitario per quella politica che si basa sull’integrazione orizzontale delle pari opportunità. La direttiva europea da recepire si innesta in questo contesto. Essa concerne la parità di trattamento in materia di remunerazione, di regimi professionali di sicurezza sociale, di accesso al lavoro e alla formazione professionale e di condizioni di lavoro in genere. Vorrei qui ricordare, in relazione alle politiche del lavoro, che purtroppo si attendono ancora gli effetti della direttiva 2002/73, nella quale era contenuta l’inedita affermazione del divieto di molestie e di molestie sessuali sui luoghi di lavoro che venne a colmare una lacuna dell’ordinamento sia comunitario che interno. Mi auguro che un sostegno alle donne giunga ora dal recepimento di quella parte della direttiva relativa alla parità di trattamento in materia di accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e alle condizioni di lavoro. So bene che i criteri di selezione per l’accesso ad un impiego, le condizioni di lavoro, di licenziamento e la retribuzione penalizzano spesso le donne. E se parlo di donne non penso solo alle difficoltà di chi ha un lavoro subordinato: le donne costituiscono in media il 30 per cento degli imprenditori nell’Unione europea. Esse però si trovano spesso a far fronte a maggiori difficoltà nell’accesso ai finanziamenti e alla formazione. È contro questa realtà che occorre compiere insieme un salto di qualità per rendere più veloce e immediatamente efficace la legislazione comunitaria in Italia. Per questo ritengo che il Governo dovrà impegnarsi seriamente, perché lo stupro di una donna può avvenire con mille sottigliezze giuridiche oltre che con la forza bruta. L’occasione della legge che andiamo ad approvare, con la delega che contiene, non deve passare inosservata. Almeno tra le donne.

Posted by
Categories: Comunicati Stampa

No comments yet. Be the first!

You must be logged in to post a comment.