Intervento in Assemblea della Sen. Ada Spadoni Urbani durante la seduta n° 126 del 20/01/2009 “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione”

martedì, aprile 7th, 2009 @ 4:06PM

Signora Presidente, ringrazio il Ministro per le sue precisazioni, di cui peraltro non ci sarebbe stato neanche bisogno dal momento che è noto a tutti che il ministro Tremonti si trova a Bruxelles. Il ministro Tremonti è il primo firmatario del disegno di legge ed è ben rappresentato dalla valenza del provvedimento, nonché dalla presenza di tanti Ministri e rappresentanti del Governo, come in altre occasioni non è avvenuto. Quindi, il problema non è questo. Il problema è piuttosto che il Governo deve lavorare, prendere decisioni, andare avanti e non perdere tempo. Del resto, noi qui siamo talmente pochi che non credo si possa bacchettare un Ministro che sta lavorando per il solo fatto che in questo momento non ascolta i nostri sussulti.

La senatrice Incostante ha parlato di problemi di finanziamento. Inizio da questo tema, signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, per poi ampliare il discorso. La legge delega è stata accusata di non quantificare i costi del federalismo. Potremmo rispondere che non si possono nemmeno, al momento, quantificare le entrate nuove che produrrà o i minori balzelli che potrebbero gravare sulle spalle dei cittadini. Certo, si può già dire che la norma è nata e si svilupperà nei decreti legislativi da emanare insieme a coloro che ne sono i principali destinatari. Credo che il loro consenso di massima sia già la garanzia di una cosa fatta bene, a vantaggio di tutti, che porterà il nostro Paese ad avere una migliore amministrazione della cosa pubblica. Un obiettivo non da poco per ricostituire il legame di fiducia con i cittadini; un legame che in certi momenti è mancato e che si concretizzerà proprio nei luoghi – Regioni, aree metropolitane, Comuni – dove lo Stato è più vicino alla gente. Quindi è indubbio che il federalismo avvicinerà i cittadini al controllo e alla gestione della cosa pubblica. Signora Presidente, la legge delega sul federalismo fiscale oggi in discussione rappresenta un atto dovuto nel lento, ma ineludibile, processo di attuazione di quella parte della Costituzione che disegna la Repubblica italiana come Stato regionale. Già in passato vi furono tentativi non sempre nobili che indussero a ritardare la realizzazione dei Parlamenti regionali. Certamente vi influirono le differenti situazioni economiche e strutturali che caratterizzano l’Italia, ma anche le difformi realtà culturali che sono di ostacolo ancora oggi alla omogeneità dello sviluppo, delle prestazioni sociali e della partecipazione dei cittadini. Ripercorrendo la storia, osserviamo che per molti anni si sono avuti ingenti trasferimenti di risorse nel tentativo di compensare gli svantaggi tra le varie realtà territoriali. Gli strumenti e le modalità con cui questo obiettivo è stato ricercato hanno però notevolmente ridotto l’efficacia di tali investimenti e il beneficio per i destinatari. Ora è necessario modificare l’impostazione di fondo della gestione delle risorse che lo Stato ripartisce, con un duplice obiettivo: restituire ad ogni comunità locale la propria potenzialità di crescita e rendere efficace l’intervento perequativo, di modo che tutta l’Italia possa godere di standard elevati ed omogenei di servizi pubblici e di infrastrutture. Questo è quello che richiede oggi il popolo italiano, tutto, che si è espresso con chiarezza sul federalismo con il referendum approvato nel 2001, che modificava il Titolo V della Costituzione. Le modifiche introdotte rispetto al vecchio testo costituzionale sono numerose e riguardano, tra l’altro, la ripartizione dei poteri legislativi e di amministrazione tra i diversi livelli di governo presenti in Italia, i mezzi di finanziamento di Regioni ed enti locali; le regole di perequazione e la possibilità di forme di autonomia differenziata per le Regioni a statuto ordinario. La Costituzione ha una sua valenza aggiuntiva; essa concorre, infatti, a fissare quei giudizi di valore che consentono di costruire il ponte tra la possibile neutralità della teoria e le scelte concrete dell’azione politica. Oggi, il momento economico e sociale che attraversiamo rende inevitabile il federalismo anche sul piano fiscale; non possiamo ripetere gli errori del passato, non abbiamo più le risorse di un tempo, anche se forse quel Titolo V della Costituzione, ministro Calderoli, va pietosamente rivisto, perché non è così efficiente, né soprattutto efficace ed ingenera molta confusione: da ex consigliere regionale posso dire che in certi casi causava anche paralisi nelle scelte, ammesso che qualcuno le prendesse, ma quand’anche avesse voluto farlo, non ne sarebbe stato in grado. Scorrendo il testo della legge, tuttavia, soprattutto nella lunga e cogente elencazione di principi entro cui il Governo sarà chiamato a realizzare questa delicata riforma e a dare a Regioni, Comuni e Città metropolitane gli strumenti di autonomia a cui hanno diritto, si avverte pervasivo il principio di sussidiarietà, mentre la solidarietà nazionale viene assicurata da quei principi insiti nella Costituzione e spiega la propria forza unificante. Il disegno di legge delega che il Governo ha varato nasce con la precisa volontà di essere condiviso nel modo più ampio possibile. Esso ha già avuto in sede di stesura il consenso di massima da parte della Conferenza unificata, ma non basta: il comma 4 dell’articolo 2 del testo in esame dispone che il Governo assicuri, nella predisposizione dei decreti legislativi che entro due anni dovranno dare le ali al progetto federalista, piena collaborazione con le Regioni e con gli enti locali, anche al fine di condividere la definizione dei livelli essenziali di assistenza, dei livelli essenziali delle prestazioni e la determinazione dei bisogni standard. Auguro al Governo buon lavoro, conoscendo i tempi della burocrazia e sapendo quanto ci vorrà per riuscire ad ottenere, ai tavoli Stato-Regioni, tutto quanto previsto dalla legge. Il testo che il Governo ci chiama ad approvare garantisce, attraverso il fondo perequativo, che i divari in termini di entrate debbano essere ridotti. Siamo di fronte, dunque, ad un modello di federalismo fiscale di tipo solidaristico e cooperativo piuttosto che marcatamente competitivo. Certo, questo significherà comunque la necessità, per chi amministra a livello regionale e locale, di superare una mentalità vecchia, basata esclusivamente sulla gestione dei trasferimenti statali, sulla distribuzione a pioggia (chi più ne ha più ne metta) e sul mero mantenimento del potere. In merito al finanziamento che questa legge delega avrà e che è stato oggetto dell’intervento della collega che mi ha preceduta, ripeto che non possiamo rispondere in questo momento né su quante saranno le nuove entrate, né su quanti balzelli in meno graveranno sulle spalle dei cittadini. Questa è una legge delega, i criteri verranno successivamente stabiliti insieme nella Conferenza Stato-Regioni. Signor Presidente, la legge delega sul federalismo fiscale che stiamo discutendo rappresenta un atto dovuto nel lento, ma ineludibile processo di attuazione di quella parte della Costituzione che disegna la Repubblica italiana come Stato “regionale”. Già nel passato ci furono motivi, non sempre nobili, che indussero a ritardare la realizzazione dei Parlamenti regionali e quindi a concedere ai territori l’autonomia statutaria. Certamente vi influirono le differenti situazioni politiche, economiche e strutturali che caratterizzano l’Italia, ma anche le difformi realtà culturali che sono di ostacolo ancora oggi alla omogeneità dello sviluppo, delle prestazioni sociali, della partecipazione dei cittadini. Ripercorrendo la storia vediamo che per molti anni si sono avuti ingenti trasferimenti di risorse nel tentativo di compensare gli svantaggi tra le varie realtà territoriali. Gli strumenti e le modalità con cui questo obiettivo è stato ricercato hanno però notevolmente ridotto l’efficacia di tali investimenti e dei benefici per i destinatari. Ora è necessario modificare l’impostazione di fondo nella gestione delle risorse che lo Stato ripartisce con un duplice obiettivo: restituire ad ogni comunità locale le proprie potenzialità di crescita e rendere efficace l’intervento perequativo di modo che tutta l’Italia possa godere di standard elevati ed omogenei di servizi pubblici e infrastrutture. Solo così il nostro Paese sarà terreno fertile di innovazione e sviluppo per le attività economiche e culturali. Questo richiede oggi il popolo italiano che si è espresso con chiarezza sul federalismo con il referendum confermativo che, il 7 ottobre 2001, ha approvato le modifiche al Titolo V della Costituzione. Le modifiche introdotte, rispetto al vecchio testo costituzionale, sono numerose e riguardano, tra le altre: la ripartizione dei poteri legislativi e dei poteri di amministrazione tra i diversi livelli di governo presenti in Italia; i mezzi di finanziamento di Regioni ed enti locali e le regole di perequazione; la possibilità di forme di autonomia differenziata per le Regioni a statuto ordinario. La Costituzione ha una sua valenza aggiuntiva, è stato detto. Essa concorre infatti a fissare quei giudizi di valore che consentono di costruire il ponte tra la possibile neutralità della teoria e le scelte concrete dell’azione politica. Oggi, il momento economico e sociale che attraversiamo rende inevitabile il federalismo anche sul piano fiscale: non possiamo ripetere gli errori del passato, non abbiamo le risorse di un tempo. So bene che ciò comporta una sfida agli amministratori locali e richiede loro maggiori assunzioni di responsabilità e trasparenza nella gestione. Scorrendo il testo della legge, tuttavia, specie nella lunga e cogente elencazione di principi entro cui il Governo sarà chiamato a realizzare questa delicata riforma e a dare a Regioni, Comuni e Città metropolitane gli strumenti di autonomia a cui hanno diritto, si avverte pervasivo il principio di sussidiarietà, mentre la solidarietà nazionale, dovere inderogabile richiamato nei principi fondamentali della Costituzione, dispiega la propria forza unificante. Il disegno di legge delega che il Governo ha varato nasce con la precisa volontà di essere condiviso nel modo più ampio possibile: esso ha già avuto, in sede di stesura, il consenso di massima da parte della Conferenza unificata. Ma non basta, il comma 4 dell’articolo 2 del testo in esame dispone che il Governo assicuri, nella predisposizione dei decreti legislativi che entro due anni dovranno dare le ali al progetto federalista, piena collaborazione con le Regioni e gli enti locali, anche al fine di condividere la definizione dei livelli essenziali di assistenza, dei livelli essenziali delle prestazioni e della determinazione dei fabbisogni standard. Il testo che il Governo ci chiama ad approvare garantisce, attraverso il fondo perequativo, volto a sostenere i territori con minore capacità fiscale per abitante, che i divari in termini di entrate debbano essere ridotti. Siamo di fronte dunque a un modello di federalismo fiscale di tipo solidaristico e cooperativo, piuttosto che marcatamente competitivo. Certo, questo significherà comunque la necessità per chi amministra a livello regionale e locale di superare una mentalità vecchia, basata esclusivamente nella gestione dei trasferimenti statali. Allo Stato resta l’onere di coordinare il sistema fiscale nazionale su una base decentrata. La Costituzione prevede infatti che Regioni ed enti locali stabiliscano tributi ed entrate propri, ma tocca alla legge dello Stato definire, come già ha dichiarato la Corte costituzionale in diverse sentenze, i limiti generali di questa autonomia. Vorrei qui richiamare solo alcuni dei principi sui quali si baseranno i decreti che il Governo dovrà emanare, con gli apporti previsti dalla procedura contenuta nella legge in esame. Anzitutto quelli dell’articolo 2, lettere g) ed h), che decretano il divieto della doppia imposizione, statale e locale, sul medesimo cespite. L’autonomia impositiva delle Regioni si esplicherà nella possibilità di istituire tributi propri regionali e tributi locali, ma senza gravare sulla stessa base imponibile. È un principio importante che, evitando l’accanimento impositivo sui medesimi beni dei cittadini, scongiurerà conseguenze economiche anche gravi oltre che l’evasione fiscale. Nel medesimo articolo 2, alla lettera f), si chiede la «tendenziale»correlazione fra prelievo fiscale e beneficio connesso alle funzioni esercitate sul territorio, per favorire la corrispondenza fra responsabilità finanziaria e responsabilità amministrativa. Un principio fondamentale che implica la sussistenza, di regola, di un legame tra il prelievo fiscale e il beneficio che viene fornito ai cittadini dall’ente che percepisce il gettito. Sarà anche grazie a questo principio che i contribuenti potranno leggere nei bilanci dei Comuni e delle Regioni anche la loro efficienza. La norma in esame pone anche l’idea di premialità dei comportamenti virtuosi nell’esercizio della potestà tributaria e nella gestione finanziaria ed economica. È un passo importante, più importante, a mio parere, dei meccanismi sanzionatori (comunque previsti sia all’articolo 2 che all’articolo 15) per le amministrazioni che non rispettino gli equilibri economico-finanziari o conseguenti alla mancata garanzia dei livelli essenziali o delle funzioni fondamentali. La legge delega è stata accusata di non quantificare i costi del federalismo. Potremmo rispondere che non si possono nemmeno, al momento, quantificare le entrate nuove che produrrà o i minori balzelli che potrebbero gravare sulle spalle dei cittadini. Certo si può già dire che questa norma è nata e si svilupperà nei decreti legislativi da emanarsi, insieme a coloro che ne sono i principali destinatari. Credo che il loro consenso di massima sia già la garanzia di una cosa fatta bene a vantaggio di tutti e che porterà il nostro Paese ad avere una migliore amministrazione della cosa pubblica. Un obiettivo non da poco per ricostruire il legame di fiducia con i cittadini, realizzato proprio nei luoghi – Regioni, Aree metropolitane e Comuni – dove lo Stato è più vicino alla gente.

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