intervento sul documento regionale di programmazione per il 2008

giovedì, febbraio 14th, 2008 @ 1:47PM

 Signor presidente, colleghi consiglieri,

il Documento regionale di programmazione per il 2008 ed avente una prospettiva economica di medio periodo fino al 2010 risulta non solo di scarso tenore analitico, con errori e contraddizioni, ma anche insufficientemente aggiornato sulla congiuntura internazionale ed italiana.

Da una simile impostazione non può svilupparsi una seria attività programmatoria che non sia legata ad azioni frammentarie, determinate da interessi specifici, difficilmente in grado di risollevare le sorti economiche dell’Umbria.

In sintesi, se non fossi stata chiara, direi un documento senza logica e senz’anima con un numero di priorità, per il 2008, esorbitante al punto da non far comprendere cosa realmente sia ritenuto prioritario.

 

Che manchi di logica lo si evince da affermazioni come quella per cui “la crescita (in Italia) tiene grazie ai consumi delle famiglie” ed “all’aumento del redito disponibile reale legato alla riduzione dell’inflazione al consumo” (pag.2). Forse chi scrive queste cose non sa che la stima sull’inflazione a dicembre mostra un tendenziale invariato al 3.1%, ovvero sui massimi degli ultimi 6 anni e mezzo. Inoltre tutti gli indicatori – dall’indice PMI a quello manifatturiero fino a quello domestico – gettano una prospettiva grigia sull’economia italiana fin dall’ultimo trimestre 2007 e per i primi trimestri del 2008.

Ma nel DAP si evitano queste realtà e si ricorre ad un DPEF governativo del giugno scorso come base per l’analisi delle prospettive economiche umbre, quasi che lo stesso Governo nazionale non abbia già messo mano, con la legge finanziaria, a modificare sostanzialmente al ribasso gli indici di crescita ed al rialzo quelli sull’inflazione, non fosse altro per gli aumenti del costo del petrolio.

 

Si arriva così quindi “quadro dell’economia umbra” (pag. 9). Viene da chiedersi quale genio dello spettacolo (magari un comico) abbia potuto scrivere tale sezione.

Come al solito si parla di “PIL umbro”, quasi esistesse una moneta regionale che ne permetta la determinazione… salvo poi, con un “nota bene” (pag. 9) avvertire il lettore che siamo in piena provvisorietà ed incertezza.

Con le stesse cautele, probabilmente, vanno presi i dati sulla tenuta della domanda “interna” regionale e estera (sic) mentre sembra non si rifletta su almeno tre indicatori oggettivi altamente pericolosi e cioè: 1) la diminuzione della superficie agricola utilizzata (SAU) del 6,1% (dato doppio rispetto alla media nazional); 2) la tenuta del settore costruzioni, determinato in buona parte dalla crescita di fabbricati non residenziali (commerciali, pubblici, ecc.) pur in presenza di centinaia di migliaia di metri quadrati di capannoni industriali non venduti o non più utilizzati (!) che indica di quale politica di sviluppo si sia fatta carico la Giunta regionale. Siamo dunque ad un vuoto nell’azione di recupero delle aree industriali, i PIR, per intenderci, mentre l’attività di sperpero di risorse comunitarie (e di territorio) per aree PIP assolutamente inutili è al massimo nazionale; 3) un aumento turistico inferiore del 30% rispetto alle dinamiche del centro Italia: un dato che scorporato per comprensori dice che chi vive di turismo, cioè Assisi e Spoleto principalmente perdono leggermente quote di mercato, compensate dagli aumenti dell’Altotevere (la “porta” dell’Umbria si direbbe) del Perugino e di Terni, che sono notoriamente legati alle dinamiche turistiche di Toscana, Marche e Lazio. Come a dire che altri ci hanno fatto pubblicità. Resto cronico il problema di “catturare i turisti con soggiorni più lunghi. Le presenze aumento solo della metà rispetto agli arrivi.

 

Un discorso a parte merita la situazione del mercato del lavoro.

Non posso qui affrontare tutti gli aspetti di questa realtà complessa che va dalla carenza di lavori qualificati o specializzati (perché non esiste o quasi la ricerca, che pure era uno dei punti qualificanti dell’accordo per lo sviluppo con i sindacati, che denunciano il rischio che i fondi strutturali per i prossimi sette anni vengano gestiti in maniera inefficace); alla precarietà del lavoro (nemmeno negli Enti pubblici, che mirano così ad una politica di controllo del consenso, hanno regolarizzato le migliaia di precari che di sei mesi in sei mesi vedono rinnovarsi il contratto).

 

Vorrei quest’anno mettere i riflettori su una situazione decisamente spiacevole che riguarda le donne ed il mondo del lavoro in Umbria.

Il tasso di disoccupazione delle donne è tre volte e mezzo quello dei maschi., in Italia meno di una volta e mezzo. Su dieci disoccupati sette sono donne.

Le donne, per di più, sui cinquantamila lavoratori precari, sono oltre ventottomila.

Le donne, perdonate questo ritornello, ma è ora che lo si canti forte dentro quest’Aula, studiano più degli uomini, ma, per la struttura del mercato del lavoro regionale – o meglio perché la Regione non ha fatto niente per qualificare la realtà regionale – anche questo è un difetto. Con la laurea non si lavora !

Si, il DAP se la prende con i settori “maturi” che caratterizzano le attività produttive umbre, che sarebbero il guaio di chi ha una specializzazione o una laurea, ma del loro “ringiovanimento”, di cui ci si è riempiti la bocca per anni ed anche quest’anno (pag.25) cosa se ne è fatto ? la parola innovazione, inflazionata come non mai nei Documenti di programmazione umbri, che significato ha ?

Ho la certezza che le donne manterranno il proprio status di dotte disoccupate e la palma della precarietà anche il prossimo anno. Se poi lo slogan “Infanzia: una regione per le bambine e i bambini” (pag. 108) si traduce nella legge 30/2005 sugli asili nido il rischio è, anziché aiutare le donne che lavorano, quello di rimandare a casa di migliaia di bambini chiudendo decine di strutture private che fanno quello che i comuni non sono in grado di assicurare: servizi di supporto a tutte le famiglie.

E le donne sono state protagoniste di un altro inganno: quello che avere figli era una scelta sbagliata e da contrastare. È bello che in qualche modo il DAP (pag. 18) lo riconosca. “Tre decenni di bassa natalità”, dice il Documento, “hanno generato un buco demografico”. Ma cosa abbiamo dato alle donne in tre decenni ? quali servizi e prospettive ogni volta che decidevano di avere un figlio ? solo carriere a singhiozzo, asili nido col contagocce, doppia fatica… questo era ed in gran parte è l’ottica. Qui, davvero, presidente Lorenzetti, occorre una rivoluzione culturale !

Bisogna dire chiaramente alla gente che in Umbria, se non ci fossero gli extracomunitari, molti settori si paralizzerebbero: le costruzioni, per esempio, o certi lavoro agricoli e manifatturieri.

 

E si arriva agli scenari economici umbri. La solita asticella messa più in alto che non il livello nazionale di crescita è certo segno di gente che spera. Ma che cosa si fa oltre sperare ? si spera negli investimenti pubblici (pag. 18), ma già c’è un calo registrato nel 2006 nei bandi di appalto di opere pubbliche (pag. 16) e in quelli privati, ma non si considera la scarsa attrazione che l’Umbria esercita verso le imprese esterne – come denunciano perfino i sindacati.

Le grandi questioni regionali sembrano un “temìno” di buone intenzioni: rifaremo la Pubblica amministrazione – ma quando si va a vedere il riordino della stessa (pag. 41 e seguenti) si legge che “il processo per l’attuazione delle riforme… è reso incerto a causa di interventi legislativi statali”. E io aggiungo che la “regione leggera” che qualche suo predecessore voleva resta ancora un sogno.

E che dire della svolta “verde” ? se da un lato si rincorrono i finanziamenti per le energie rinnovabili, dall’altro la raccolta differenziata dei rifiuti e la necessaria filiera che porta al recupero di carta, metalli ecc. sembra in Umbria una grande presa in giro, come pure la tutela dei consumatori, altra “questione regionale”.

Davvero questo è un pezzo del DAP staccato dal resto.

 

Andando ad esaminare la concretezza delle azioni, le “10 buone azioni” – o “progetti caratterizzanti” – previste dal “patto per lo sviluppo” del 21 dicembre 2006, si comincia subito con molto fumo: le infrastrutture dell’Umbria sono sempre le stesse e quel che è peggio che questo DAP certifica il nulla di fatto per la E 45 che dovrebbe essere inclusa nel corridoio Mestre/Orte/Civitavecchia. Si dice solo che non si è persa la volontà politica di farla diventare autostrada (pag. 54).

Non siamo nemmeno in fase di progettazione per il nodo di Perugia, mentre per la parte umbra della E 78 non si è trovato nemmeno il tracciato (pag. 50 e 51), ma si vorrebbe inserire intanto la realizzazione di una piastra logistica per il trasporto merci tra San Giustino e Città di castello. (pag. 56) Vorrei fare una semplice domanda: dove la si costruirà ? e poi, con quali denari, visto che quelli indicati non sembra proprio che siano utilizzabili ?

Per la FCU siamo alla rianimazione. Qualche ritocco al tracciato, qualche sottopassaggio, poi il vero colpo di genio: usare la rete Trenitalia verso Roma e l’Aquila. I veri problemi, l’allaccio a nord e l’utilizzo della ferrovia come raccordo col trasporto a pettine su gomma è taciuto. Magari per non disturbare il trasporto su rotaia dentro Perugia, che avrà bisogno di tanti soldi per sopravvivere.

 

A proposito di risorse verrebbe da chiedersi come saranno spesi i 150 milioni di euro previsti per l’innovazione e “economia della Conoscenza” (pag. 36) (ma che vuol dire?).

E produce risparmio l’aver aumentato l’IRAP per le attività bancarie e finanziarie ? ci si rende conto che un aumento dell1% di questa imposta significa comunque gravare tutte le imprese, a prescindere dal settore di attività, che si rivolgono al sistema di credito umbro di maggiori costi ?

La ripresa economica e l’innovazione delle imprese sono argomenti sostanzialmente “glissati” nel DAP. Ciò è evidenziato anche dal fatto che non si è voluta prendere in considerazione una strategia ma si è rinviato tutto ad un disegno di legge in tema di politiche di sviluppo (pag. 59) quale “strumento fondamentale, trasversale ad una gran parte degli obiettivi individuati con il DAP”. Inoltre, sempre con la tecnica del rinvio, si dice tranquillamente che occorre rivedere tutte le leggi in materia di artigianato, cooperazione, imprese giovanili e incentivazione al commercio.

Le buone intenzioni sul Distretto Tecnologico dell’Umbria (DTU) non sembrano supportabili con mezzi e norme atte a concretizzare il DTU.

Infine non si comprende come mai la leva fiscale non venga utilizzata per invogliare gli imprenditori a riconvertirsi alle tecnologie a basso impatto ambientale. Questo semplificherebbe molto le azioni che invece la Regione vorrebbe “dirigere” e che forse non riuscirà a realizzare. Certo, questa è la mentalità di una politica che deve controllare, più che dare indirizzi. Una mentalità centralistica e burocratica che non è morta nemmeno con questo DAP.

 

Il Dap prende in considerazione vari aspetti della politica sanitaria e dell’assistenza.

Il primo problema è lo scollegamento con il Piano Sanitario Regionale, che è ormai superato e che – a mio avviso – dovrebbe seriamente essere scisso tra risorse da destinare all’assistenza sanitaria e quelle che vanno invece verso i servizi sociali. Che guadagno c’è a sanitarizzare il disagio ?

Altro grande problema riguarda la auspicata, ma non conclusa, razionalizzazione dei nosocomi. La situazione odierna ha creato territori favoriti ed altri particolarmente svantaggiati sul piano dei servizi sanitari. Sarebbe necessario che la questione venisse risolta a prescindere dalle spinte localisticamente e partiticamente ben individuabili, ma non mi pare che vi sia questa volontà politica a livello regionale.

La proposta che andava fatta e che non c’è è quella di potenziare la prevenzione.

Le risorse economiche libere da vincolo, recuperate quest’anno con la dismissione di immobili e strutture, debbono essere destinate tutte alla prevenzione. L’Umbria si caratterizza per alcune patologie specifiche, ma non possono ignorarsi altri problemi di salute che possono essere in buona parte risolti con screening di massa o con la diffusione di comportamenti corretti tra la popolazione. Informazione e prevenzione sono le chiavi per migliorare la qualità e le aspettative di vita. Purtroppo, mi pare, ancora una volta si rischia di perdere una opportunità.

 

Una considerazione generale e finale sul DAP mi pare necessaria, senza andare a visitare tutto quello che un documento corposo come quello che ci è stato sottoposto: ci sono, come detto, troppe priorità, troppi obiettivi per il 2008 e, purtroppo, quasi mai tempi e modi di realizzazione di quegli obiettivi.

Il DAP sembra non tenga conto dei vincoli finanziari della Regione, determinati da eccessiva rigidità di bilancio e da una determinazione che sembra poco precisa delle necessità economiche sia del Servizio sanitario – per il quale sembra si sia giunti ad un pareggio con la vendita dell’immobile del vecchio policlinico di Perugia, ma di fatto, a mio avviso, rimangono ampie zone d’ombra – né di Comuni (minimetrò di Perugia, per esempio) ed enti endoregionali.

Per questa serie di ragioni credo che dovremo ripensare il modo di affrontare le problematiche della nostra Regione, a partire da una analisi più vera della situazione.

L’Umbria ha bisogno di un progetto, di sapere cosa vuole essere.

Questa è la scelta che manca.

 

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Categories: Relazioni

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